arte

NATURA MORTA NELLA PITTURA

La natura morta è un tipo di rappresentazione pittorica in cui protagonisti sono degli oggetti inanimati (frutta, fiori, crostacei, pesci, selvaggina, libri, strumenti musicali e oggetti vari) collocati nello spazio in una forma indipendente dalla logica del racconto. In questo tipo di pittura è assente l’uomo. È un genere destinato soprattutto a un pubblico nuovo formato da collezionisti, amatori, esperti, che apprezzano un’opera d’arte a prescindere dal soggetto rappresentato e fa del piacere estetico un valore a sé stante.

L’espressione ‘natura morta’ deriva dal francese nature morte, che fa la sua apparizione nel 1750 (nella Lettre sur la peinture à un amateur di Baillet de Saint Julien). Fino a quel momento il genere pittorico in questione veniva indicato con un termine che significa ‘natura silenziosa’: Stilleven(olandese), Stilleben (tedesco), Still-life (inglese). Con queste espressioni si voleva indicare il carattere “immobile” del soggetto rappresentato, in opposizione alla rappresentazione della figura umana, che doveva essere colta nella mutevolezza dell’espressione.

Il XVII è il secolo d’oro della natura morta, particolarmente nell’Europa del Nord, ma anche in Italia e in Spagna.

Si registra una notevole richiesta di questo genere di quadri, per lo più da parte di acquirenti di estrazione borghese. Il grande incremento della domanda favorisce un processo di specializzazione, con l’individuazione di ‘sottogeneri’ legati al contenuto predominante dei quadri e con denominazioni specifiche. Gli artisti, perciò, si specializzano nella realizzazione di nature morte che hanno per tema il cibo, oppure i fiori, oppure gli strumenti musicali e altri oggetti che costituiscono una tipologia particolare di natura morta, detta vanitas. In base alla quantità e alla disposizione dei cibi si fa una distinzione fra angolo di cucina, colazione e tavola imbandita, una suddivisione che parte dal luogo in cui il cibo è semplicemente accumulato fino a quello in cui è ordinato e composto nell’ufficialità del banchetto.

Il sottogenere “angolo di cucina” indica l’accumulo di cibi e utensili sopra o sotto tavoli e mensole, esempio di abbondanza ma anche di transitorietà.

Jacopo Chimenti – 1624
-Dispensa con trancio di cinghiale, pasticcio e anatra-

Il sottogenere della “colazione” nei cataloghi dell’epoca è chiamata ontbijt. Si sviluppa in particolare in area fiamminga e tedesca. Su una porzione di tavolo sono collocati, con una disposizione apparentemente casuale e in quantità limitata, cibi e suppellettili in vetro, metallo o ceramica.

Pieter Claesz – 1627
-Natura morta-

La “tavola imbandita”, indicata nei cataloghi come bancket ha caratteri di esuberanza e sfarzo, e si propone come una vera e propria ‘messa in scena’ di oggetti variegati, esaltati da un attento studio della luce.

Abraham van Beyeren Pronkstilleven – 1655
-Natura morta-

Still life nella fotografia

La fotografia Still life ritrae oggetti inanimati. Si conosce anche con il nome di “natura morta” e infatti deriva dalla tecnica pittorica. E’ uno dei primi generi ad essere stato praticato in fotografia, dati i lentissimi tempi richiesti dai primi mezzi fotografici, ad esempioci dagherrotipi. Una delle prime fotografie scattate nella storia è proprio una tavola apparecchiata con pane e vino (scatto è di Nicéphore Niépce, nel 1827).

Lo Still Life è quindi una tecnica fotografica ben precisa che si sta diffondendo moltissimo negli ultimi anni, grazie in particolar modo al settore pubblicitario. Un’immagine fotografica può essere molto strutturata, dal momento che se ne possono controllare luce, composizione, disposizione e colorazione, oltre a molti altri fattori. L’obiettivo è creare stimoli visivi, che il target interpreterà secondo modalità determinate dalla propria esperienza emotiva, oppure limitarsi a connotare il prodotto in quanto tale.

Riccardo Urnato
-Still life-

Oggi giorno le fotografie di still life vengono scattate in studio con luci artificiali, soprattutto per la vendita online o per riviste e cataloghi di architettura e interior design. Ogni foto necessita di un’attenta pianificazione dell’illuminazione. Spesso per la realizzazione di queste fotografie vengono utilizzate luci fluorescenti, tungsteno oppure flash. Esse non saranno mai dirette sul soggetto, ma saranno dotate di diffusori di carta frost, oppure da soft box. La giusta misurazione della quantità di luce è fondamentale per ottenere un’esposizione adeguata e per bilanciare in maniera corretta la temperatura colore utilizzata.

Il fondale bianco è adatto a tutti i prodotti, in quanto capace di facilitare la leggibilità del soggetto e rendere agevole il lavoro di post-produzione su appositi software.

Le ottiche più utilizzate per questo stile fotografico sono: obiettivo standard, ottica fissa oppure teleobiettivo. La scelta deve essere effettuata in base al taglio fotografico e alla tipologia di prodotto che verrà presentato.

Per effettuare questi still life si lavora a priorità di diaframma, ciò vuol dire che si possono utilizzare tempi lunghi, ma con l’utilizzo del cavalletto.

esempio di set still life

Esperienza personale..

Recchia Micaela
-still life-
arte

ANALISI GRAFICA DEL MARCHIO

Un Marchio è un segno e come tale è soggetto a tutte le regole percettive di un segno visivo generico.

La gestaltica, nell’ambito della percezione visiva, elenca una serie di condizioni alle quali sottomettere l’analisi del segno. Non è questa la sede per ripetere anche la lezione gestaltica, per cui alcuni temi saranno ripresi solo come pretesto per l’adeguamento al soggetto del presente studio rimandando ai testi specifici l’approfondimento dettagliato della materia (comunicazione visiva).

Nella progettazione del Marchio in particolare possono confluire alcune di queste nozioni essenziali: la configurazione, la forma, il segno, lo stile.

La configurazione non è ancora la forma vera e propria bensì l’”anima” della forma, la sua struttura, la sua “idea”. Prima percezione, indica la sua natura, la sua “rotondità”, la sua “triangolarità”, la sua “quadrangolarità”, la sua “ondularità”, la sua “iconicità”, ecc. La configurazione ci fa percepire ciò che conosciamo e riusciamo a riconoscere; la figura base che solo analiticamente, in base ai suoi elementi distinti, diventa forma.

Descrivere la forma del Marchio vuole dire individuare le sue componenti e stabilire il rapporto che si instaura tra queste e l’osservatore.
Noi percepiamo i segni in alto, in basso, a destra a sinistra, al centro, cioè vediamo questi segni particolari “nella” struttura. Le forme sono strutture che si determinano reciprocamente imponendo all’insieme l’impronta della loro articolazione.

Il segno grafico è uno primi mezzi di comunicazione visiva usati dall’uomo.
molto spesso è impiegato per costruire una forma riconoscibile, un ideogramma o un simbolo che ha un preciso significato, ma il segno di per sè, può avere un significato espressivo e parlare attraverso le sue qualità specifiche che sono: PRESSIONE, INTENSITÀ, DIREZIONE, SPESSORE, VELOCITÀ.

Il Marchio può essere considerato come estrema rappresentazione e definizione del proprio Referente. In rapporto con quest’ultimo esso stabilisce la propria “forma” come figura o profilo che caratterizza, o meglio, segna i “caratteri” della sua personalità. L’attività di “personalizzazione” del Marchio presuppone lo sforzo, da una parte, di affermare attraverso la rappresentazione grafica di determinati segni significanti ciò che il Referente è in se stesso con le sue proprietà, caratteristiche e particolarità.

Lo stile del Marchio deve descrivere per mezzo di rappresentazioni grafiche significanti, e in maniera più netta possibile, le caratteristiche essenziali del Referente (Azienda, Persona, Ente, ecc.) le sue peculiarità, i suoi “punti forti”, il suo plus. Deve descrivere la sua “psicologia”, le sue “abitudini”, il suo “modo di agire”, il suo “modo di esprimersi”, ciò che “produce”, ciò che “pensa”, il suo “temperamento”, il suo “animo”.

Le leggi della Gestalt

La psicologia della Gestalt ci relaziona di alcune leggi fondamentali alle quali sottoporre l’analisi della forma:

– LEGGE DELLA VICINANZA
– LEGGE DELL’EGUAGLIANZA O DELLA SOMIGLIANZA
– LEGGE DELLA FORMA CHIUSA
– LEGGE DELLA “CURVA BUONA” O DEL “DESTINO COMUNE”
– LEGGE DELL’ESPERIENZA PASSATA
– PRINCIPIO DELLA PREGNANZA DELLA FORMA

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STAMPA OFFSET

La stampa offset è un processo di stampa planografico indiretto che si basa sul fenomeno di repulsione chimico/fisico tra acqua e sostanze grasse. La stampa offset è il risultato della meccanizzazione del sistema di stampa litografico. E’ un processo “planografico” perché i grafismi e i contro-grafismi sono sullo stesso piano.
La matrice è costituita da un sottile foglio metallico (zinco o alluminio) il quale, opportunamente trattato, si comporta come una pietra litografica; inoltre è un metodo definito “indiretto” in quanto la stampa non avviene direttamente dalla matrice metallica sul foglio di carta, ma tramite un tessuto gommato (guttaperca o caucciù) il quale raccoglie l’immagine inchiostrata dalla matrice per trasportarla a sua volta sulla carta.

Il procedimento è stato inventato nel 1875 da Robert Barclay per quanto riguarda la stampa su stagno; nel 1904 fu adattato alla stampa su carta da Ira Washington Rubel. Successivamente venne perfezionato da tedeschi e inglesi, al punto da rendere via via obsoleto il procedimento della zincotipia.

L’offset è una tecnica di stampa basata fondamentalmente sullo stesso principio della litografia (esiste anche una tecnica dry offset o offset a secco, molto meno diffusa che utilizza matrici a rilievo). Anziché stampare il foglio a contatto diretto con la pietra o la lastra di alluminio, la stampa avviene attraverso l’impiego di tre cilindri a contatto tra loro. La stampa non avviene trasferendo direttamente l’inchiostro dalla lastra (matrice) al supporto, ma avviene con l’inchiostro che viene riportato dalla lastra al caucciù, e da questo alla carta.

I vantaggi principali della stampa offset sono:

  • l’estrema definizione e l’alta risoluzione data dal principio di repulsione acqua-olio(es: la gocciolina di olio in acqua è una sfera perfetta)
  • il cilindro di caucciù permette di mantenere un’elevata qualità di stampa anche susupporti non perfettamente lisci rendendolo un sistema ideale per stampare ognitipo di carta.

Esistono però anche degli svantaggi:

  • bassa coprenza degli inchiostri: non è possibile trasferire molto inchiostro che deve essere sempre in equilibrio con la soluzione acquosa, aumentare l’inchiostro significa quindi aumentare anche l’acqua con tutti i problemi che ne possono derivare per toglierla.
  • stress del materiale: il gruppo stampa offset (cilindri inchiostratori, cilindro per la bagnatura, cilindro della matrice, cilindro di caucciù e di contropressione), a parità di dimensioni è tra i più pesanti fra i gruppi stampa e pertanto esercita una maggiore pressione sul supporto che, soprattutto se delicato, può risentire di questo stress. Materiali più delicati, per esempio i film plastici, non sono fra i più adatti per la stampa offset. Per i film plastici è più consigliabile una stampa di tipo flessografico.Le macchine offset si dividono in due famiglie:
  • macchine a foglio (offset-piana); dotate di una buona flessibilità gestionale e di altaqualità di stampa, soffrono di alti costi di gestione e bassa produttività.
  • macchine a bobina (roto-offset); forniscono stampati di qualità sensibilmenteinferiore, ma posseggono maggior produttività e minori costi di gestione rapportato alla produzione.

L’inchiostro viene introdotto nel calamaio (6) e da qui passa al gruppo di macinazione (7), formato da numerosi rulli di diverso diametro che ruotando rendono fluido l’inchiostro stesso. Alcuni di questi rulli hanno anche un movimento trasversale, che consente di rendere uniforme la distribuzione dell’inchiostro sulla lastra. La lastra è avvolta su un cilindro (1) e viene toccata prima dai rulli bagnatori (5) e poi dai rulli inchiostratori. I primi vi trasferiscono un velo di acqua di bagnatura, generalmente una soluzione di acqua e additivo preferibilmente anche con alcol isopropilico, i secondi l’inchiostro. L’acqua bagna solo le zone senza grafismo, in quanto quest’ultimo è idrorepellente. Gli inchiostri, che sono grassi, aderiscono solo alla parte asciutta della lastra (grafismo), mentre non aderiscono alla parte della lastra bagnata dall’acqua. L’acqua di bagnatura (4) serve quindi a definire con precisione i contorni dei grafismi. Il rapporto fra acqua di bagnatura e inchiostro non è costante, varia ovviamente in funzione di altri parametri come la velocità di trasferimento. È fondamentale che il rapporto sia equilibrato e questo richiede notevole padronanza del processo da parte degli operatori. La lastra trasferisce quindi le immagini sul telo di caucciù (2), che riceve l’inchiostro ma non l’acqua, il quale trasferisce la stampa sul foglio (8) con l’ausilio del cilindro di contropressione (3).

arte, letteratura

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona” è uno dei versi più noti della Divina Commedia. È il verso 103 del canto V dell’Inferno, il cosiddetto canto di Paolo e Francesca.

“L’amore, che non permette a nessuna persona amata di non ricambiare”

[significato]

Siamo nel girone dei lussuriosi (2° girone) , cioè quei peccatori che durante la vita hanno perseguito la soddisfazione dei piaceri contro ogni regola, abbandonandosi alle passioni. Essi sono puniti da un vento senza sosta che li trascina lungo tutto il girone. Tra le anime peccatrici, Dante scorge due anime che procedono insieme e gli sembrano più leggere al vento che le colpisce. Si tratta di Paolo e Francesca; Francesca era figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna e sposa di Gianciotto Malatesta, signore di Rimini. La donna si innamorò però del cognato, Paolo Malatesta, e quando il marito li scoprì uccise entrambi.

gli amanti

Gli amanti è un dipinto di René Magritte del 1928, realizzato con la tecnica dell’olio su tela (54cm x 73cm). Dell’opera esistono due versioni, entrambe datate 1928. La prima attualmente è conservata presso la National Gallery of Australia, mentre la seconda si trova al MoMA di New York.

gli amanti

Il quadro raffigura due amanti che si baciano, con le teste coperte da un panno bianco, suscitando inquietudine e angoscia. La scena è completata da uno sfondo in contrasto con tonalità blu e dalla cornice che riveste la parete rossa. La composizione è equilibrata sia dal punto di vista geometrico che plastico, anche attraverso il rapporto che il pittore crea tra il rosso del muro e il rosso della camicia della donna. Tra le due figure quella più emblematica è la figura maschile: giacca scura, camicia bianca e cravatta, semplice e ordinata; un soggetto qualunque.

Magritte rappresenta di continuo individui anonimi, associabili ad una certa idea figurativa di borghesia, con il volto coperto, o addirittura senza volto, senza un’identità che li caratterizzi.

Il bacio è un dipinto olio su tela (180×180 cm) di Gustav Klimt, realizzato nel 1907/1908 e conservato nell’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

il bacio

Al centro due amanti si stringono e si abbandonano ad un bacio intenso; la fanciulla è pienamente abbandonata, con gli occhi chiusi, mentre l’uomo stringe la testa dell’amata con delicatezza, protendendosi verso di lei in segno protettivo e di affetto. I due giovani innamorati, avvolti entrambi in lunghe tuniche che ne celano i corpi, sono inginocchiati su un piccolo rettangolo erboso.

Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del secolo XIV, è un dipinto a olio su tela (112×88 cm) del pittore italiano Francesco Hayez, realizzato nel 1859 e conservato alla Pinacoteca di Brera.

La scena, collocata in un contesto medievale, raffigura due giovani innamorati che si stanno baciando con grande passionalità. Per la travolgente carica emotiva, la raffinata scenografia, ed il forte valore civile, l’opera è considerata il manifesto dell’arte romantica italiana; per questo motivo riscosse un grande successo popolare, tanto che venne riprodotta da Hayez in altre tre copie, con piccole modifiche fra l’una e l’altra.

«In questo abbraccio e in questo bacio, l’osservatore presagisce il dolore per una partenza imminente e inevitabile: dopo l’addio struggente, la fanciulla resterà sola, carica di nostalgia, a cullarsi nella sua attesa malinconica, affranta per il timore di non rivedere mai più il suo amato»

– Giuseppe Nifosì
arte

IL DADAISMO

Il Dadaismo o Dada è un movimento culturale nato a Zurigo (Svizzera) che si è  sviluppato tra il 1916 e il 1920. Interessava le arti visive, la letteratura, il teatro e la grafica e incarnava la sua politica anti-bellica attraverso un rifiuto degli standard artistici. Gli artisti “dada” erano irrispettosi, stravaganti, provavano disgusto nei confronti delle usanze del passato; ricercavano la libertà di creatività per la quale utilizzavano tutti i materiali e le forme disponibili.

Le attività dada includevano manifestazioni pubbliche, dimostrazioni, pubblicazioni di periodici d’arte e letteratura. Le tematiche trattate spaziavano dall’arte alla politica. Il dadaismo nacque come protesta contro il barbarismo della Prima guerra mondiale. È stato un movimento internazionale che ha influenzato stili artistici e movimenti nati successivamente, come il surrealismo.

“un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione… che alla fine non è diventato che un atto sacrilego.”

Secondo i dadaisti stessi, il dadaismo non era arte, era anti-arte; per ogni cosa che l’arte sosteneva, dada rappresentava l’opposto. La ragione e la logica avevano lasciato alla gente gli orrori della guerra, e l’unica via di salvezza era il rifiuto della logica per abbracciare l’anarchia e l’irrazionalità. 

Fontana

Fontana è un’opera ready-made (‘già fatto’) realizzata da Marcel Duchamp nel 1917. Non fu mai esposta al pubblico e andò perduta. Consiste in un comune orinatoio firmato “R. Mutt” e intitolato Fontana.

Duchamp

Marcel Duchamp, nato Marcel Villon (1887-1968), è stato un pittore, scultore e scacchista francese. Considerato fra i più importanti e influenti artisti del XX secolo, nella sua lunga attività fu animatore del dadaismo e del surrealismo ed inoltre diede inizio all’arte concettuale, ideando il ready-made e l’assemblaggio.

Nel 1915 incontrò il fotografo e pittore statunitense Man Ray con cui strinse un’amicizia che durerà tutta la vita. L’anno successivo fondò la “Society of Independent Artists”. A partire dal 1923, Duchamp diradò la produzione artistica e per dieci anni si occupò quasi esclusivamente di scacchi.

Man Ray

Man Ray, nato Emmanuel Radnitzky (1890-1976), è stato un esponente statunitense del Dadaismo. Nel corso della sua vita è stato un pittore, un grafico, un fotografo e un autore di film d’avanguardia.

Duchamp nei panni di Rose Sélavy,
fotografato da Man Ray
arte

L’ARCHITETTO​ DELLA LUCE

Nel 2010 la Fondazione Botín di Santander, sulla costa cantabrica, affidò a Renzo Piano l’incarico di costruire un centro culturale che ridisegni il profilo della città e che che porti il nome del suo fondatore. Nel film vengono mostrati e spiegati i lavori tramite le interviste dell’architetto fino all’inaugurazione del centro nel 2017.

locandina film

“Luce, poesia, utopia: in fondo a guidare l’architetto e il regista sono gli stessi elementi, le medesime pulsioni. Illuminare il mondo, dargli bellezza, ispirare altri uomini col proprio lavoro a creare ulteriore grazia, come unico antidoto alla barbarie umana.”

Il documentario di Carlos Saura si muove su questo parallelismo di intenti; segue lo stato dei lavori del centro e insieme raccoglie il punto di vista di Renzo Piano, il metodo, la visione, le aspirazioni e le ispirazioni.

centro Botìn, Santander

La struttura, la cui forma ricorda un visore è poeticamente sollevata da terra e circondata dal verde, lontana dal traffico e divisa in due corpi che si affacciano sul mare. Nel suo disegno aperto e nel rivestimento di ceramica bianca, si riflette l’intenzione dell’architetto di stimolare e coinvolgere l’immaginazione dei residenti.

Renzo Piano

Renzo Piano (Genova, 14 settembre 1937) è un architetto e senatore a vita italiano; residente a Parigi. Nel 2006 diventò il primo italiano inserito nella Time 100 (elenco delle 100 personalità più influenti del mondo). È presente anche tra le dieci più importanti del mondo nella categoria “Arte e intrattenimento”.

Nel 1981 Renzo Piano fonda il Renzo Piano Building Workshop, con uffici a Genova, Parigi e New York.

“Quello dell’architetto è un mestiere d’avventura: un mestiere di frontiera, in bilico tra arte e scienza. Al confine tra invenzione e memoria, sospeso tra il coraggio della modernità e la prudenza della tradizione. L’architetto fa il mestiere più bello del mondo perché su un piccolo pianeta dove tutto è già stato scoperto, progettare è ancora una delle più grandi avventure possibili”

Nel 2004 viene costituita la Fondazione Renzo Piano, a Genova, un ente no-profit dedicato alla promozione di diverse attività, tra cui la conservazione e valorizzazione dell’archivio dello Studio Renzo Piano. La fondazione è finanziata direttamente te da Renzo Piano e dal Renzo Piano Building Workshop. Essa promuove stages presso gli uffici della RPBW di Genova e Parigi rivolti a 15 studenti iscritti all’ultimo anno della Facoltà di Architettura.

arte

LA RAGAZZA COL TURBANTE

La Ragazza col turbante conosciuta anche come la Ragazza con l’orecchino di perla (“Meisje met de parel”) o la Monna Lisa olandese è un dipinto olio su tela (44,5×39 cm) di Jan Vermeer; risalente al 1665-1666 e conservato nella Mauritshuis dell’Aia. È uno dei dipinti più noti dell’artista, anche grazie a un romanzo e un film del 2003 di cui è stato oggeto.

Il dipinto raffigura una ragazza a mezzo busto di profilo con la testa ruotata verso lo spettatore, in favore della luce che proviene da sinistra. La ragazza indossa un mantello color rame e una camicietta bianca, oltre a un turbante fatto da una fascia azzurra che avvolge la testa e un drappo giallo annodato che pende dalla nuca fino alle spalle, terminando in frange azzurrine. Il volto della ragazza mostra una rara bellezza: labbra rosse carnose e dischiuse, naso sottile e dritto, occhi grandi e vivi. La luce delle pupille è richiamata dall’orecchino con una grossa perla, che brilla sulla penombra del collo. Il fondo scuro mette in risalto le zone di luce. Il colore è stato applicato con pennellate dense e uniformi, poco sfumate, tranne nell’incarnato e in alcune zone dove sono presenti piccoli punti.

il dipinto

L’orecchino con perla è di grandi dimensioni ed è a forma di goccia. Anche se la ragazza che lo indossa sembra di modeste condizioni. Questo gioiello era al tempo caratteristico delle dame aristocratiche dell’alta borghesia. Nel XVII secolo le perle erano una preziosa rarità: venivano importate dall’Estremo Oriente. A parere di alcuni studiosi la perla raffigurata nel dipinto non esiste in natura, infatti, si pensa che potrebbe trattarsi di un’imitazione in vetro soffiato di produzione veneziana.

l’orecchino

Jan Vermeer battezzato Johannes van der Meer (1632-1675) è stato un pittore olandese.

Della vita di Vermeer si conosce molto poco: il suo apprendistato cominciò nel 1647, presso Carel Fabritius. Il 29 dicembre 1653 divenne membro della Gilda di San Luca. Dai registri di questa associazione si sa che l’artista non era in grado di pagare la quota di ammissione, il che indica una difficoltà finanziaria. Successivamente la situazione migliorò: Pieter Van Ruijven, uno dei più ricchi cittadini, divenne il suo mecenate e acquistò numerosi suoi dipinti. Nel 1662 Vermeer venne eletto capo della Gilda. Nel 1672 a causa di una pesante crisi finanziaria, provocata dall’invasione francese, provocò un crollo delle richieste di beni di lusso come i dipinti e, di conseguenza, gli affari di Vermeer ne risentirono, costringendolo a chiedere dei prestiti.

Alla sua morte nel dicembre del 1675, Vermeer lasciò alla moglie e ai figli poco denaro e numerosi debiti.

Vermeer

Vermeer era in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati, tecnica nota come pointillé. La sua tecnica punta ad una resa più vivida possibile, con effetti che egli ricerca con un interesse quasi scientifico, considerando il soggetto una sorta di espediente:

“Le pitture di Vermeer sono vere nature morte con esseri umani”.